Péguy: la poesia del camminatore

la vita come pellegrinaggio

icona per espandere il menu interno
Table of Contents

In libreria un inedito dell'autore francese, tradotto da Mimmi Cassola. Un'opera poetica scritta dopo un lungo pellegrinaggio da Parigi a Chartres. Ne proponiamo l'introduzione.

Quando Charles Péguy pubblicava i Cahiers de la quinzaine che dirigeva da una piccola bottega accanto (e contro) al grande moloch della cultura parigina della Sorbona, accadeva spesso che le sue introduzioni alle opere di amici e collaboratori superassero per mole e per importanza quelle stesse opere. Molti dei suoi saggi sono nati così.

Non solo per questo motivo scrivere una prefazione a Péguy è una cosa disagevole. Avverti subito un rischio: quello dell'inutilità. Mi verrebbe dunque quasi spontaneo dire: cari lettori, quel che avevo da dire per introdurre Péguy l'ho già scritto una volta, in prefazione a un'antologia della sua opera, curata con Flora Crescini, dal titolo Lui è qui per l'editore Rizzoli, nella collana diretta da don Luigi Giussani "I libri dello spirito cristiano". E di più non azzardare.

Ma la poesia di Péguy ha questa proprietà di movimentare, di rimettere in gioco e in discussione. Capita a chi la legge, a chi la rimastica, a chi la traduce. Ma che "genere di movimento" causa Péguy? Nel suo importante saggio su Dante contenuto in "Il bosco sacro" Thomas Stearn Eliot mette in guardia da una tentazione propria dei poeti contemporanei. Quella di ritenere che scopo della poesia sia il "produrre" nell'interlocutore un "certo stato".

La poesia, quando è autentica, non determina nessuno "stato". La creazione di stati di allochismo o di fine del pensiero, non sono virtù o fini della poesia. La poesia provoca un movimento di conoscenza e di amore. In queste pagine c'è una singolare coincidenza tra tema, stile e natura del gesto poetico. La poesia di Péguy, infatti, è una poesia che cammina. Nel 1900 era morto nella follia Nietzsche, il filosofo camminatore, estrema tragica maschera dei filosofi peripatetici greci.

Tra i grandi contemporanei

Non molti anni prima era morto a Parigi Arthur Rimbaud, il «mistico allo stato selvaggio» (Claudel) dopo aver vagato a piedi per mezza Europa e infine disperso in traffici africani. La poesia di Péguy cammina nello stesso modo e però anche in un modo diverso. Fan bene Alain Finkielkraut e Hans Urs Von Balthasar a porlo tra i grandi del pensiero contemporaneo. A metterlo tra i grandi camminatori.

Gli esami stilistici di Gaetan Picon e di Leo Spitzer, tra gli altri, hanno illuminato le ragioni dello stile camminante di Péguy. Péguy, la cui storia sotto il profilo della fede e della sua professione è drammatica, non si reca al santuario per scambiare qualche ricordo. Non ci va, come fanno spesso gli intellettuali di oggi, per intrattenersi in qualche fumosa conversazione ecumenica o per un refrigerio dell'animo scettico e dubitoso. No, ci va come un peccatore, come uno che non ha messo il suo male "fuori" dal rapporto con Gesù. Noi lo facciamo spesso. È per orgoglio. Mettere il proprio male "fuori" dal rapporto con l'infinito, con Gesù, è un ultimo orribile atto di orgoglio. Un orgoglio disperato.

Noi sappiamo cos'ha patito Péguy, patito di sé, come sua propria distruzione e tentazione. Ma lui mette il suo male dentro la nave che salpa da Parigi, ed è proprio quel peso che permette la navigazione. E il cammino nella Beauce, il cammino come di una "fanteria", le cui tappe la poesia segna come un diario, è un camminare con un peso enorme ma non greve, dove dunque quel che conta non sono né i rimorsi né gli scrupoli, ma la strada.

Péguy cammina come tutti gli altri grandi camminatori del nostro secolo, ma anche in modo diverso - perché il suo cammino non è stato una fuga dal male o il tentativo della sua neutralizzazione. Non è stato un cammino verso un'immagine astratta d'uomo. Il male, come il suo contrario, senza rapporto con Cristo divengono "astratti".

Alla finestra

Il camminatore Péguy è concreto - anche forse nella piccola menzogna circa il motivo del pellegrinaggio -, ma non è atterrato da tale realismo su di sé e sul mondo. Perché il pellegrino «non ha bisogno di fare da contabile». L'"annientamento" non viene dal peso del proprio male, ma dal vedere:

Ma qui apparite voi, regina misteriosa. Quella punta laggiù nel profondo incresparsi Delle messi e dei boschi e nell'ondeggiamento Dell'estremo orizzonte non è soltanto un leccio,
Non è noto profilo d'albero intercambiabile. È di già più distante, e più bassa, e più alta, Ferma come speranza sopra l'ultima costa, E sull'ultimo poggio la guglia inimitabile.
(...)
Saremo sì stremati che staremo a guardare, Seduti su una sedia accanto alla finestra, In un annientamento del corpo e tutto l'essere, Con gli occhi pesti, quasi con gli occhi spalancati

Ci vorrebbe Van Gogh per ritrarre questo Péguy sulla sedia alla finestra. Perché anche il poeta, come quel pittore, potrebbe descrivere così la sua arte: «Mi lascio andare a fare i fiori troppo grandi». Péguy probabilmente si lasciava andare a fare le prefazioni troppo lunghe, a volte troppo lunghe anche le poesie, si lasciava andare alla ripetizione scavante e visionaria, perché come il pittore avvertiva una sovrabbondanza vitale. Ma non solo: come un camminatore quando ammira la meta a cui è volto il cuore, anche Péguy conosceva una lena che sopraggiunge strana, un passo dimentico del peso e del male, un andare, ancora andare.